Aprire un impresa in Italia

Volete aprire un’azienda in Italia? Siete fottuti in partenza!

Di Paolo Cardenà

Secondo un rapporto diffuso qualche mese fa dalla Banca Mondiale, emergerebbe che nel nostro Paese è davvero difficile avviare una nuova iniziativa imprenditoriale e l’Italia, in questo ambito, si posizionerebbe addirittura dopo lo Zambia.

Sempre secondo quanto ci dice la Banca Mondiale, le difficoltà che si riscontrano nella creazione di un’impresa sarebbero attribuibili a taluni adempimenti amministrativi che, normativamente, chi avvia un’impresa deve assolvere, ed anche ai costi “amministrativi” per avviare la fase di start up.

Pur condividendo, in toto, quanto affermato dall’istituzione finanziaria, se è vero che in Italia è molto difficoltoso avviare un’impresa, altrettanto vero è che, in taluni casi, è molto difficile mantenerla e farla vivere.

Sebbene l’iniziativa imprenditoriale, almeno sulla carta, non sia negata a nessuno e pur esistendo non pochi cavilli burocratici da assolvere sia all’atto della costituzione, sia durante la vita dell’impresa, talvolta risulta impossibile esercitare un’attività per una serie di fattori che costituiscono la vera e propria discriminante dell’essere imprenditori.

In questo articolo mi limiterò a parlare di alcune problematiche fiscali che, secondo la mia opinione, costituiscono un vero disincentivo nel fare impresa, proponendomi di approfondire in seguito, con ulteriori articoli, altre tematiche comunque rilevanti ai fini del nostro ragionamento.

Al di là del più noto e certamente più discusso tema del livello del prelievo fiscale, che è sicuramente ai massimi livelli, e certamente strangolante per le imprese italiane rispetto ai concorrenti esteri, in questo articolo, mi vorrei soffermare su alcune circostanze ben poco note all’opinione pubblica e neanche troppo cavalcate dai media. In primo luogo va osservato che in Italia vige un sistema di imposizione fiscale e di pagamento di tributi, che rappresenta un vero e proprio disincentivo per chi vorrebbe avviare un’iniziativa imprenditoriale o semplicemente una attività economica. Ciò, poiché, come noto, nel corso di un determinato periodo temporale, peraltro abbastanza ristretto ed individuato dal fisco a ridosso dei mesi estivi, fino ad arrivare ai primi mesi autunnali, ogni imprenditore è tenuto a versare all’erario quanto dovuto in termini di tasse (Irpef, Ires, Irap, contributi Inps) sia a titolo di saldo relativo all’anno passato, sia a titolo di acconto per l’anno in corso. Ebbene, tale pratica, secondo la mia opinione, rende l’inizio dell’attività imprenditoriale particolarmente difficoltosa e ne costituisce un vero e proprio disincentivo per l’impatto che ha il prelievo fiscale, soprattutto nei primi anni di attività. Un esempio potrà aiutarci a ben comprendere di cosa stiamo parlando.

Ipotizziamo che un imprenditore,attraverso la sua ditta individuale, abbia avviato la sua attività all’uno gennaio del 2011 e alla fine dell’anno, il suo bilancio, presenti un utile di 50.000,0 euro, al lordo di imposte.

Ebbene, il nostro imprenditore, nel periodo che intercorre tra giugno e novembre del 2012, stando alle regole fiscali del TUIR, dovrà versare all’erario quasi tutto l’utile realizzato nel 2011. Ciò, in quanto, stando al dettato normativo, egli dovrà versare, entro il 30 novembre, sia il saldo per l’anno 2011 (circa 25000 tra imposte e contributi), sia l’acconto per l’anno 2012 che, con le dovute distinzioni e peculiarità per ogni tipo di imposta e contribuzione, è di circa il 100% dell’imposta dovuta a titolo di saldo dell’anno precedente, e quindi ulteriori 25000 euro a titolo di acconto per il 2012 salvo differirli in avanti ma pagando le relative sanzioni. Stando così le cose, comprenderete agevolmente quanto sia disincentivante, per un aspirante imprenditore, avviare un’attività sapendo, già in origine, che i guadagni realizzati nel primo anno dovranno essere versati totalmente al fisco, già nel mezzo del secondo anno di impresa. Senza considerare poi che, nel secondo anno, le cose potrebbero andare in maniera diversa ed essere  peggiori rispetto al primo esercizio, compromettendo l’esistenza dell’impresa che si troverà comunque a fare i conti con le (non) ragioni del fisco. In tal senso, l’impatto impositivo che si manifesta già nel secondo anno di attività, oltre costituire un vero pericolo per l’esistenza dell’impresa, sottrae cospicue risorse dalla gestione dell’attività, compromettendone anche la possibilità di favorire processi di investimento, basilari soprattutto nei primi anni di vita dell’impresa.

Un ulteriore aspetto disincentivante legato alle tematiche fiscali, che in genere colpisce ogni imprenditore, è costituito dall’aleatorietà di ciò che è dovuto al fisco durante la vita di impresa. Invero, tutti governi fin qui succeduti, ci hanno abituato all’impossibilità di prevedere una corretta pianificazione fiscale nell’impresa che, a parer mio, resta ugualmente importante ed imprescindibile per fare una buona attività di impresa. La mancanza di una normativa chiara, univoca e organica a livello fiscale, unita alla necessità delle finanze pubbliche di poter contare sempre su un maggior gettito fiscale e la ricerca sempre spasmodica di nuove risorse, hanno stimolato la miopia dei governanti che hanno quasi sempre adottato soluzioni dettate dallo stato di bisogno, e comunque non conformi a logiche di certezza normativa e stabilità (nel tempo) della disciplina fiscale, venendo meno, talvolta, a patti con i contribuenti. Insomma, si ha come la sensazione (che poi tanto sensazione non è) che si sia andati avanti arraffando un po’ qua e un po’ la, dove si è potuto, senza guardare troppo al futuro e senza occuparsi di quali sarebbero stati gli effetti prodotti da tali pratiche. Questo modus operandi, oltre a favorire l’infedeltà fiscale del contribuente, ha reso ancor più complesso orientare i consulenti fiscali e tributaristi nell’interpretazione di norme fiscali in perpetuo mutamento e, talvolta, contraddittorie rispetto all’intero apparato normativo.

Non è un caso, infatti, che dinanzi le commissioni tributarie pendano ormai centinai di migliaia di contenziosi che, stando ai dati forniti della stessa agenzia, il più delle volte, vedono soccombere l’amministrazione finanziaria con un notevole aggravio di costi per lo stato. Senza considerare poi i costi sostenuti dagli imprenditori che, oltre ad anticipare o sostenere – talvolta- le spese di giudizio, patiscono anche un notevole aggravio di tempo nella soluzione della controversia. Tempo prezioso sottratto alla propria attività e allo sviluppo della propria impresa. La mancanza di una visione di luogo periodo nella legiferazione su tematiche fiscali, unita ai livelli di imposizione fiscale ai limiti della sostenibilità e della schizofrenia, ha contribuito, non poco, a favorire fenomeni evasivi ed elusivi. Tanto è vero che, come noto, l’infedeltà fiscale italiana è un primato (in negativo, si intende) in tutto il contesto europeo.

La costruzione di un impianto normativo privo di logiche aderenti a principi di certezza normativa, e universalità di interpretazione della norma, che si sostanzia, di fatto, nella coesistenza di una moltitudine di norme non organiche, talvolta contraddittorie, che lasciano spazio a diversi profili di interpretazione che talvolta sono alla base di contestazioni e giudizi nelle varie corti tributarie, non costituiscono un incentivo a fare impresa. Al contrario, rappresentano un ostacolo alla corretta e normale gestione imprenditoriale, alla pianificazione fiscale, e favorisce fenomeni evasivi e tanto più elusivi. E’ evidente che un’architettura normativa uniforme ed organica, contribuirebbe anche ad una minore spesa in capo agli enti proposti ad accertare e contrastare fenomeni di evasione fiscale. Ad aggravare la situazione appena descritta c’è da dire che il quadro normativo con cui il fisco procede con l’attività di accertamento, non sembra, almeno per il momento, essere rispettoso ed equo nei confronti del contribuente, posto il fatto che, ad esempio, gli studi di settore, determinano i ricavi di ciascuna impresa in modo statistico e talvolta indiscriminato, senza possibilità di considerare le peculiarità tipiche di ciascuna impresa, se non davanti alle corti tributarie; posto che, talune osservazioni, minimamente non vengono accolte durante la fase del contraddittorio. Inoltre, sempre in tema di studi di settore, la valenza probatoria di questo strumento di accertamento è stata più volte smentita anche da una pluralità di sentenze che hanno disorientato l’amministrazione stessa che più volte è intervenuta a riposizionare il modus operandi durante le fasi di accertamento dei propri ispettori.

Il quadro appena descritto, pur sintetizzando in maniera semplice alcune criticità del fisco, ci rappresenta, almeno in parte, un ambiente fortemente disincentivante per la creazione di impresa e sopratutto per la sua sopravvivenza. In un contesto come quello attuale, dove si sta assistendo allo sterminio di migliaia di imprese, appare del tutto irrealistico poter pensare che le imprese cessate e/o delocalizzate, possano essere rimpiazzate da nuove iniziative imprenditoriali, stando all’ostilità del fisco e all’irragionevolezza della pretesa tributaria.

CARO MONTI E TUTTI VOI POLITICI, NESSUNO ESCLUSO

La politica è al collasso, a quando il TUTTI A CASA.
Destra contro sinistra, sinistra contro centro, centro contro destra….e gli Italiani? guardano, e cosa saprebbero fare di meglio, solo guardare, pagare e farsi salassare da questa politica Marcia e guardare, come le partite di calcio, aspettano la FINE DI TUTTO e poi festeggiano FORSE.
Ecco perche dico che ci vuole UN DUCE, uno che mette in riga, che comanda una nazione che puo’ andare avanti solo con un cane che li mette in riga, come le pecore insomma, questa è l’Italia.

Operai che vengono malmenati perche protestano per il loro SACROSANTO DIRITTO, il lavoro, massacrati da persone che prendono una miseria, ma cosa aspetta ANCHE la polizia a rivoltarsi, niente, non si rivoltera mai, sono anche loro pecoroni, aspettano il CAPOBRANCO che dica “ATTACCA”…
L’Italia, una vergogna, uomini senza passione e palle, persone senza il rispetto della vita e dei propri figli, L’ITALIANO, ma di che razza è, non ha imparato niente dalla storia? non ha mai letto quello che successe nel passato, noi siamo i figli della storia, di UOMINI che con il loro sangue hanno combattuto per darci la LIBERTA’.Abbiamo una sanità che è vergognosa, specialmente al SUD, come se al sud esistesse solo il politico e il cittadino deve morire, morire per un operazione alle tonsille, o per una appendicite o, perchè non ha LAVORO, una vergogna, ma al sud non sono ITALIANI? non hanno gli stessi diritti dei cittadini del nord? perche abbiamo ancora un VENDOLA alla regione PUGLIA che ha una sanità vergognosa, pari a un paese africano, perche abbiamo in Sicilia una classe politica cosi arricchita e la popolazione alla fame, perche in ITALIA non funziona niente, perche un pensionato deve sopravvivere e non VIVERE, PERCHE’ uno che lavora onestamente viene UCCISO dalle vostre leggi false e ambigue, perche i contadini stanno sparendo…
Perchè uccidere e tartassare la gente ONESTA che lavora, perchè le nostre SUPERTASSE vengono usate per pagare una classe politica che dell’Italia non glie ne frega niente e pensano solo a loro, perchè quando si caccia un politico per aver rubato non lo si incarcera per ALTO TRADIMENTO ALLO STATO, vorrei ricordare a LEI caro MONTI che lo stato siamo noi, noi CITTADINI e voi siete al nostro servizio, pagati con i sudori della NOSTRA FRONTE…

Caro MONTI, quando deciderete di chiudere questo teatrino IMMONDO in mano alle BANCHE e a una classe politica che non ha imparato NIENTE da grandi statisti come Almirante, Berlinguer…a quando la vostra DISFATTA…
Voi giocate troppo con gli Italiani, ATTENTI, questo è il momento giusto per una nuova guerra e un nuovo DITTATORE, l’Italiano non aspetta altro, aspetta un REDENTORE….

Avete distrutto tutto, il commercio, il turismo, il lavoro, i lavoratori, i pensionati, state distruggendo anche i bambini…
Che futuro avranno i nostri figli, andare all’estero? IO MIO FIGLIO LO VOGLIO QUI, nella sua patria, all’estero ci va in vacanza, non per lavoro.
Non salvaguardate niente, siamo in mano a una BANDA DI LADRI.
Si dimetta e scappi dall’Italia con tutta la la POLITICA…. prima che gli ITALIANI SI SVEGLIANO DA QUESTO TORPORE CHE DANNO I GIORNALI FALSI DI PARTITO….

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO….SE NE VADA, NOI VOGLIAMO VIVERE.

LA STRAGE è SERVITA…

PIÙ CHE VALLATE, stanno diventando gole, forre soggette all’erosione della crisi che nasconde sempre più ogni raggio di ripresa. Già, perchè se la Motor valley, orgoglio e marchio di questa Regione, s’infratta e piange, non è che l’altro simbolo, la Food valley, cioè l’indiscusso patrimonio alimentare e gastronomico dell’Emilia Romagna, se la passi tanto meglio.


Il quadro arriva dai dati Infocamere e da un’indagine di Swg su 201 soci delle 11 federazioni territoriali di Confesercenti regionale nei settori del commercio, dei pubblici esercizi e del turismo.
In particolare, è la ristorazione quella che manda i segnali peggiori. Se nel 2010 il saldo negativo (fra chiusure di vecchie attività e aperture di nuove) era stato di 500 esercizi, a novembre 2011 il bilancio negativo toccava già le mille unità. Un dato che emerge sottraendo alle attività cessate (2.151) quelle avviate ex novo, 1254. In pratica, in meno di due anni l’Emilia Romagna ha tirato 1500 croci su grandi e piccoli ristoranti a fronte di un ‘patrimonio’ che viaggia sui 12mila esercizi.

LA PARTE del leone la fa la provincia di Bologna con 2.305 ristoranti attivi, poi vengono quelle di Modena (1.941), seguite da quelle di Rimini (1.363), di Reggio Emilia (1.260), di Ravenna (1.236), di Forlì-Cesena (1.162), di Parma (1.084), di Ferrara (991) e di Piacenza (753). Numeri ancora robusti, ma certo, di questo passo, i morsi della fame si faranno sentire. Le attività di ristorazione attive, secondo i registri della Camere di commercio, ammontano in Regione a quasi 24mila su un totale di oltre 27mila registrate.
Negli ultimi anni a cadere sotto la scure della crisi sono stati soprattutto i ristoranti di fascia media, ma le difficoltà non hanno risparmiato neppure le eccellenze gastronomiche (Fini per tutti). L’alta ristorazione in Italia ha visto crollare i coperti del 50%. In Emilia Romagna l’eccellenza coinvolge circa 190 locali, ma a parte l’exploit di Bottura, che ha conquistato le 3 stelle Michelin, si registrano più bocciature che promozioni.

NON A CASO sono crollati i consumi del vino e anche la marginalità: gli utili nell’alta ristorazione si stanno assottigliando sempre più, i costi fissi sono in crescita vertiginosa, soprattutto quelli energetici e quelli del personale. A fianco della ristorazione è stato esaminato anche il comparti turistico. Anche qui si contano i caduti, ma parliamo di 200 attività di alloggio perdute in due anni.
I dati parlano, ma l’indagine di Swg, racconta, attraverso le interviste ai titolari che la materia prima che manca è soprattutto la fiducia. La quota dei titolari d’azienda poco o per nulla soddisfatti è passata dal 39% del 2010 al 41% dell’anno passato. E per il 44% c’è stato un peggioramento. Solo l’11% ravvisa uno spiraglio di luce e aumenta anche la percentuale di chi non intravvede spiragli. Perchè tanto pessimismo?

PER IL 69% l’aumento dei costi rappresenta il primo dei problemi e ne derivano fosche previsioni circca i margini di utile. Non solo, per il 46% degli intervistati il peggio deve ancora arrivare. Il calo della domanda sembra essere inarrestabile per il 45% del campione e un intervistato su due è anche convinto del fatto che nulla sarà più come prima.
La portata dei cambiamenti imposti dalla crisi è considerata ormai strutturale. Come ridare slancio alla valle del cibo? «Agevolazioni fiscali per le imprese, diminuzione del costo del lavoro, burocrazia più leggera». Questo è il grido che proviene dalla valle. Se avrà un’eco, questo poi è tutto da vedere.

http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2012/03/29/688806-piatto_piange.shtml

Ristoranti Italiani nell’orlo dell’abisso

Ristoranti Italiani sempre piu’ in deficit??? MA NON E’ VERO SIAMO SEMPRE PIENI….
Queste sono le puttanate di giornalai e politici.
La crisi ci viene imposta e inculcata nella testa anche da giornalai e company… tanto che la gente spaventata non esce nemmeno a mangiare piu una pizza se non una volta ogni 15 giorni, FORSE.
In Italia siamo veramente strani, se guardiamo altri paesi, tipo la francia, le macchine piu vendute sono le loro, i ristoranti che lavorano di piu sono i loro, lo straniero lavora molto ma molto meno nel loro paese, noi in Italia andiamo controcorrente… se guardiamo un ristorante cinese… o altro, sono pieni con prezzi che sono ridicoli, ma come fanno? semplice, basta guardare quanti ne chiudono ogni giorno per capire cosa danno da mangiare, ma, dopo 3 giorni che li chiudono per sporcizia ZAC…. riaprono come se nulla fosse, ed eccoli di nuovo pieni.
capisco che certa gente non legge la cronaca, ma anche i giornalai son poco coerenti…. fa piu notizia un locale che chiude piuttosto di chiederci come mai dopo 3 giorni riapre e, saranno puliti? si, per 15 giorni, loro sono abituati a lavorare cosi, tagliare verdure, carne, pesce per terra… ecco cosa vuole la gente, carne ben frollata… ma frollata… e pesce che cammina da solo, insalatina piena di escrementi animali, piu gusto…basta pagare poco, ecco cosa vuole l’Italiano.
Su 90 mila ristoranti e pizzerie, esclusi i take away, abbiamo circa 38mila imprese che operano nel mercato della ristorazione guidate da imprenditori immigrati.
Tantine direi, ma vorrei ricordare a quella specie di politici che, i soldi che incassano li spediscono al loro paese…. e a noi aumenta il debito pubblico…..noi invece li investiamo in italia… si in tasse e generi alimentari non scaduti, noi cerchiamo di fare il nostro mestiere alla grande, ma voi fateci vivere, e,
SE SENTO ANCORA QUALCHE GIORNALAIO IN TV CHE DICE…” I RISTORANTI SONO I PIU’ GRANDI EVASORI DI TUTTI”
IO INIZIO A FARE DENUNCIE E QUERELE…. POI SPERO CHE QUALCUNO MI SEGUA.
Passare anche per ladro mi girano veramente le palle……

In Italia abbiamo 415 esercizi di ristorazione ogni 100mila abitanti. A livello di Unione Europea se ne contano 291 e 361 nell’Eurozona. Che la pressione competitiva sia enorme appare indiscutibile. A ciò occorre aggiungere il numero impressionante di esercizi extra-canale. Abbiamo fatto qualche conto, magari approssimativo, che ci porta a stimare in circa 2,7 milioni i luoghi in cui è possibile bere e mangiare fuori casa in Italia. Ci sono sagre, circoli, gastronomie.
Quando si parla di piccole imprese, anzi di microimprese, non sempre è vero che nella competizione vince il migliore. Più verosimilmente è possibile che vinca quello che si sa “adattare” meglio.

Fabio Tira, onora l’Italia nel mondo e in Belgio: Presidente dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani

 

Fabio Tira

In un periodo di sconforto generale, dove si parla solo di crisi preannunciate, dove sembra che non ci sia luce ne possibilità di crescita in nessun campo, noi del mondo del gusto abbiamo la grande fortuna di essere plasmati dall’arte, di essere sfiorati dal piacere, di conoscere grandi eccellenze italiane che ci riportano nella nostra dimensione di sola bellezza.

Lo chef Colucci Gian Nicola continua a distinguersi nel mondo, occupando testate giornalistiche internazionali del settore, con il suo progetto di connubio cibo ed arte, esaltata dal Guggenheim Museum, al contempo il grande Fabio Tira a Bruxelles si distingue, continuando ad ottenere conferme ed è insignito Presidente dell’APICI in Belgio.

L’Associazione Professionale Cuochi Italiani è un ente nazionale che riunisce cuochi professionisti, pasticcieri e ristoratori tra i più grandi in Italia, tutti in attività ai fornelli.

L’esperienza, la serietà, la professionalità e l’efficienza organizzativa, le molteplici attività istituzionali, didattiche, culturali e sociali con l’obiettivo di accrescere l’immagine dell’arte culinaria italiana agli occhi di tutto il mondo, sono le sue peculiarità.

Grandi Chef Italiani portano nel mondo la loro arte, attraverso l’attenta organizzazione di eventi come il conferimento di “Maestri di Cucina“; rappresentati da tutte le regioni italiane; tavole rotonde sulla cucina, workshop di formazione e degustazione nonchè vere e proprie scuole di cucina italiana all’estero come la Scuola di Cucina Italiana a Bruxelles di Pino Nacci e Fabio Tira, grande artista che vanta ad oggi una grande onoreficenza come la Presidenza dell’APICI in Belgio.

Dato l’ambizioso obiettivo che persegue l’Associazione Professionale Cuochi, oltre a promuovere le varie eccellenze attraverso il loro lavoro, il loro talento, ingegno, fantasiosa creatività, permettono tali conoscenze con prestigiose riviste: “L’Arte in Cucina“, Rivista Ufficiale bimestrale di cucina e di cultura enogastronomica contemporanea, inviato a: Cuochi italiani ed esteri, Ristoratori, Albergatori, Stampa specializzata, Scuole Alberghiere in genere, Compagnie aeree e di navigazione, settore della Ristorazione Collettiva e operatori del settore.

Promuovere e realizzare attività di formazione, qualificazione e addestramento professionale e amatoriale, mediante l’organizzazione e la gestione di corsi di cucina, seminari, convegni e congressi, nel settore enogastronomico e turistico.

Una pietra miliare della cucina italiana, Vice Direttore Generale di European Catering a Bruxelles, ora anche Presidente dell’APICI, la sua alta professionalità, creatività, passione ed l’inesorabile talento che lo porta a creare con i suoi piatti vere e proprie opere d’arti, è stata apprezzata e considerata indispensabile per rappresentare l’Associazione Professionale Cuochi in Belgio.

Presidente APICI

Un grande artista che ha contrassegnato la sua passione con le cinque vocali del nostro alfabeto: “amore”, necessario ad alimentare quotidianamente il suo lavoro con dedizione e sacrificio; “educazione” e rispetto, per ogni componente, ogni nota che compone la sua opera d’arte: ogni ingrediente, collaboratore e chi chiude quest’armonia gustando la sua composizione artistica.

Serve “intraprendenza” ed ambizione che accresce la sete di conoscenza, sapienza per migliorarsi e raggiungere l’eccellenza; “obbedienza”, alla propria intuizione, ai maestri che hanno sempre qualcosa da donare, alla vocazione vera e propria necessità per uno chef artista.

Nessun Grande Artista è tale se non dotato “d’umiltà” necessaria a porsi nella giusta condizione per apprendere ed insegnare, condividendo successi ed insuccessi con i giusti equilibri!

Ecco dunque che nasce il sesto senso! Un lavoro – passione, che attraverso le sue creazioni, trasmette piacere alla vista, alle fragranze palpate, ai sapori gustati, agli odori inebrianti, che vanno oltre grazie a Fabio, con una ricerca continua, imbagagliata col tempo, con l’esperienza, viaggiando da un capo all’altro dell’Italia, cogliendone caratteristiche, tradizioni, segreti ed innovazioni che rendono i suoi piatti opere d’arte.

Una vera vocazione per Fabio Tira, che riesce a soddisfare anche i palati più esigenti, non lasciando nulla al caso elabora una cucina mediterranea rivisitata in chiave moderna senza stravolgere però l’ingrediente principe, rendendola in tal modo vera Arte.

Grandi celebrità dell’arte culinaria alla quale è dovuto il riconoscimento, la regalità delle cariche ottenute, il prestigio che dietro ai fornelli diviene solo la concretezza di un gran lavoro d’eccellenza!